lunedì 11 maggio 2020

Ulteriori studi sul rapporto tra Covid19, inquinamento e perdita della biodiversità


In questo post troverete la sintesi tradotta dall’inglese degli ultimissimi studi e ricerche a livello internazionale ma anche nazionale che partendo dalla emergenza Covid19 dimostrano una correlazione tra livelli diffusi di inquinamento atmosferico , perdita della biodiversità , mutamenti climatici e diffusione delle pandemie. In questo di rilievo è la decisione dell’Istituito Superiore della Sanità, dell’Ispra (istituto di ricerche del Ministero dell’Ambiente) e del Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente ad avviare una ricerca che dovrà approfondire la suddetta tematica.
Il post si conclude con la sintesi di uno studio sugli effetti della emergenza Covid19 sulla c.d economica circolare e le politiche economiche in chiave di tutela dell’ambiente.


Rapporto del WWF di Aprile 2020 (QUI)che analizza l’incapacità umana di leggere scenari futuri, al fine di prevenire  catastrofi e crisi globali. Anche nell’ultimo Global Risk Report delWorld Economic Forum 2020 [NOTA 1] il rischio della diffusione di malattie infettive veniva ancora inserito tra i fattori con bassa probabilità di accadimento.
Due sono le possibilità: o si è trattato di un caso di rara sfortuna, oppure non siamo stati capaci di valutare al meglio i rischi sistemici, e tra questi il rischio effettivo legato all’insorgenza di una pandemia(peraltro prevista da numerosi esperti virologi, ecologi ed epidemiologi nei loro lavori scientifici, brillantemente riassunti dal giornalista scientifico David Quammen nel suo libro “Spillover.L’evoluzione delle pandemie”).
Visti i numerosi studi che mettono in relazione la possibilità di sviluppo di malattie infettive e i drammatici cambiamenti che l’uomo sta apportando al nostro Pianeta, la seconda risposta appare,in assoluto, la più probabile. L’intento di questo documento è quello di riassumere le conoscenze derivanti da pubblicazioni scientifiche che indicano la presenza di connessioni tra cambiamento climatico e malattie emergenti, tramite le complesse relazioni ecologiche che li collegano. Questo non solo per migliorare la percezione del rischio da noi stessi determinato, ma soprattutto per contribuire al dibattito su quanto sia urgente avviare,da subito, tutte le misure necessarie per fermare il cambiamento climatico, arrestare la perdita di ecosistemi naturali e proteggere la biodiversità, contenendola diffusione di malattie.



Uno studio della Royal Society (QUIaffronta in tema delle malattie infettive emergenti nell'uomo  spesso causate da agenti patogeni provenienti da ospiti animali e focolai di malattie zoonotiche [NOTA 2]. Lo  studio ha valutato il numero di virus che le specie di mammiferi hanno condiviso con l'uomo. Lo  studio rileva  che il numero di virus zoonotici rilevati nelle specie di mammiferi varia positivamente con l'abbondanza delle specie globali, suggerendo che il rischio di trasmissione del virus è stato più elevato rispetto alle specie animali che sono aumentate in abbondanza e hanno persino ampliato il loro raggio d'azione adattandosi ai paesaggi dominati dall'uomo. Specie domestiche, primati e pipistrelli sono stati identificati come aventi più virus zoonotici rispetto ad altre specie. 
In particolare lo sfruttamento della fauna selvatica attraverso la caccia e il commercio facilita il contatto ravvicinato tra la fauna selvatica e l'uomo e i risultati dello studio forniscono ulteriori prove che lo sfruttamento, così come le attività antropogeniche che hanno causato perdite nella qualità dell'habitat della fauna selvatica, hanno maggiori opportunità di interazioni animale-uomo e facilitano la zoonosi. 
Lo studio fornisce nuove prove per valutare il rischio di ricaduta infettivo da specie di mammiferi e evidenzia processi convergenti in base ai quali le cause del declino della popolazione selvatica hanno facilitato la trasmissione di virus animali agli esseri umani.
Per ulteriori approfondimenti sul Covid19 secondo la Royal Society  vedi QUI.



VALUTAZIONE DEI LIVELLI DI BIOSSIDO DI AZOTO COME FATTORE CHE CONTRIBUISCE ALLA MORTALITA PER COVID-19
Studio di un ricercatore della Università Martin Lutero di Halle-Wittenberg (QUI)
Lo studio parte dall’acquisita conoscenza per cui l'esposizione a lungo termine a Biossido di azoto (NO2) può causare un ampio spettro di gravi problemi di salute come ipertensione, diabete, malattie cardiache e cardiovascolari e persino la morte.
L'obiettivo dello studio è quindi di esaminare la relazione tra l'esposizione a lungo termine a NO2 e la mortalità per coronavirus.
Nello studio viene utilizzato Sentinel-5P (satellite della Agenzia Spaziale Europea) per mappare la distribuzione troposferica di NO2 e la rianalisi NCEP / NCAR [NOTA 3] per valutare la capacità atmosferica di disperdere l'inquinamento.
L'analisi spaziale è stata condotta su scala regionale e combinata con il numero di casi di morte prelevati da 66 regioni amministrative in Italia, Spagna, Francia e Germania.
I risultati mostrano che su 4443 casi di mortalità, 3487 (78%) erano in cinque regioni situate nel nord Italia e nella Spagna centrale. Inoltre, le stesse cinque regioni mostrano le più alte concentrazioni di NO2 combinate con un flusso d'aria verso il basso che impedisce un'efficace dispersione dell'inquinamento atmosferico. Questa struttura topografica combinata con le condizioni atmosferiche di inversione (omega positiva) previene la dispersione di inquinanti atmosferici, che può causare un'alta incidenza di problemi respiratori e infiammazione nella popolazione locale. Poiché studi precedenti hanno dimostrato che l'esposizione a NO2 provoca infiammazione nei polmoni, è ora necessario esaminare se la presenza di una condizione infiammatoria iniziale è correlata alla risposta del sistema immunitario al coronavirus.

Questi risultati indicano che l'esposizione a lungo termine (lo studio usa il termine cronica) a questo inquinante può essere uno dei più importanti fattori che contribuiscono alla mortalità causata dal virus COVID-19 in queste regioni e forse in tutto il mondo.
Quindi, avvelenare il nostro ambiente significa avvelenare il nostro stesso corpo e quando si verifica uno stress respiratorio cronico, la sua capacità di difendersi dalle infezioni è limitata.

Lo studio conclude affermando che in base ai risultati esposti, dovrebbero essere condotti ulteriori studi incentrati su fattori aggiuntivi quali l'età e la presenza di malattie preesistenti e di base, nonché l'impatto della pre-esposizione a NO2 e ipercitocinemia (reazione immunitaria potenzialmente fatale) al fine di verificare il loro impatto sui decessi dovuti alla Pandemia di covid19.



PROGETTO PULVIRUS: L’ITALIA STUDIA IL RAPPORTO TRA COVID19 ED INQUINAMENTO ATMOSFERICO
Con un comunicato stampa (QUI) dello scorso 29 aprile ENEA, ISS  ISPRA E SNPA hanno reso pubblico l’avvio di un progetto di ricerca congiunto denominato PULVIRUS che durerà un anno.
Il progetto vuole approfondire:
- il discusso legame fra inquinamento atmosferico e diffusione della pandemia,
- le interazioni fisico-chimiche-biologiche fra polveri sottili e virus
- gli effetti del “lock down” sull’inquinamento atmosferico e sui gas serra.
Il progetto utilizzerà per lo studio di interazione fra particolato atmosferico e virus sia analisi “in silico”, ossia la riproduzione dell’interazione fra virus e particolato atmosferico mediante la simulazione matematica al computer, sia un modello biologico rappresentativo delle caratteristiche di SARS-CoV-2.



EVOLUZIONE EMISSIONI GAS SERRA ED EMERGENZA COVID-19
Si tratta di un rapporto di scenario di Italy for Climate (QUI) è una iniziativa della Fondazione per lo sviluppo sostenibile promossa da un gruppo di imprese e di associazioni di imprese particolarmente sensibili al tema del cambiamento climatico. Scopo dell’iniziativa è promuovere l’attuazione di un’Agenda italiana per il clima in linea con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi.
Il Rapporto tra l’altro sottolinea come l’analisi degli effetti delle crisi economiche dei decenni precedenti mostra sempre come, a seguito di una crisi economica, la successiva fase di ripresa sia caratterizzata da una nuova crescita delle emissioni, spesso maggiore di quella pre-crisi. Se non si metteranno in campo politiche fortemente orientati a criteri green e low carbon, il 2021 sarà caratterizzato da una crescita delle emissioni di gas serra mai visto dal dopoguerra a oggi.





La reanalysis NCEP-NCAR è un progetto congiunto tra il National Center for Environmental Prediction (NCEP) e il National Center for Atmospheric Research  (NCAR) . Lo scopo di questo sforzo congiunto è quello di produrre, usando dati storici, un nuovo dataset con tutte le caratteristiche delle reanalysis atmosferiche per un periodo di tempo molto ampio che va dal gennaio 1958 al dicembre 1998. Il sistema di assimilazione dati ed il modello atmosferico sono identici a quelli utilizzati dall’NCEP prima del gennaio 1995.

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