giovedì 30 aprile 2020

Studi nazionali e internazionali sul rapporto inquinamento aria e COVID-19


Riporto una sintesi dei più recenti studi pubblicati su riviste scientifiche internazionali relativamente al rapporto tra inquinamento atmosferico e sviluppo della mortalità da COVID-19. Si tratta di un tema che dovrà ancora esser approfondito dalla comunità scientifica ma gli studi ad oggi prodotti sono sicuramente già significativi. Insieme con la sintesi pubblico anche i link per accedere ai testi completi degli studi.


Esposizione all'inquinamento atmosferico e  mortalità COVID-19 negli Stati Uniti 

Uno Studio della Harvard University ha scoperto che  un aumento di solo 1 μg /m3 in PM2.5 è associato ad un aumento dell'8% del tasso di mortalità COVID-19. I risultati sono stati statisticamente significativi e robusti.

Le conclusioni dello studio sono che un piccolo aumento dell'esposizione a lungo termine al PM2.5 porta ad un grande aumento del tasso di mortalità COVID-19. Nonostante i limiti intrinseci alla progettazione dello studio ecologico, i  risultati dello stesso sottolineano l'importanza di continuare a far rispettare le normative esistenti sull'inquinamento atmosferico per proteggere la salute umana sia durante che dopo la crisi COVID-19.
LINK ALLO STUDIO: QUI.


Il Rapporto tra inquinamento atmosferico e diffusione COVID19 nel Nord Italia

Studio ricercatori Università di Siena e della Aarhus University danese ha analizzato la possibilità che l'inquinamento atmosferico possa essere considerato un co-fattore di mortalità SARS-CoV-2 nel Nord Italia.
Lo studio indaga la correlazione tra l'alto livello di grave letalità della sindrome respiratoria acuta CoronaVirus 2 (SARS-CoV-2) e l'inquinamento atmosferico nel Nord Italia. La Lombardia e l'Emilia Romagna sono regioni italiane con il più alto livello di mortalità virale al mondo e contemporaneamente una delle aree più inquinate d'Europa. Sulla base di questa correlazione, lo studio analizza il possibile legame tra inquinamento e lo sviluppo della sindrome respiratoria acuta e infine la morte. Lo studio dimostra che le persone che vivono in un'area con alti livelli di inquinanti sono più inclini a sviluppare condizioni respiratorie croniche e adatte a qualsiasi agente infettivo. Inoltre, un'esposizione prolungata all'inquinamento atmosferico porta a uno stimolo infiammatorio cronico, anche in soggetti giovani e sani. Lo studio conclude che l'elevato livello di inquinamento nel Nord Italia dovrebbe essere considerato un ulteriore cofattore dell'alto livello di mortalità registrato in quella zona per il COVID-19.
TESTO STUDIO: QUI.

Ruolo qualità aria e infezioni da COVID-19 

Studio ricercatori Università TorVergata  di Torino e Oxford  analizza la distribuzione geografica irregolare della nuova epidemia di coronavirus (COVID-19) in Italia considerata un enigma dato il flusso intenso di movimenti tra le diverse aree geografiche prima delle decisioni di blocco.
Per far luce su di esso lo studio  ha testato l'effetto di cinque potenziali correlati di esiti negativi giornalieri COVID-19 a livello di provincia, ovvero decisioni di blocco attività e spostamenti, struttura demografica, attività economica, temperatura e particolato.
Lo studio rileva che la scarsa qualità dell'aria è significativamente e negativamente correlata con gli esiti avversi dell'epidemia, mentre il blocco e il distanziamento sociale sembrano essere efficaci per i contagi, ma non ancora per i decessi. I dati empirici dello studio sono coerenti con studi precedenti che suggeriscono che la scarsa qualità dell'aria crea un'esposizione cronica a esiti avversi da malattie respiratorie. L'eterogeneità della diffusione non sembra dipendere da altri fattori preesistenti che vengono testati, ad esempio temperatura, pendolarismo, densità di popolazione e presenza della comunità cinese. Lo studio, tuttavia, rileva che gli esiti avversi di COVID-19 sono significativamente e positivamente correlati alla presenza di aziende artigiane.
I risultati dello studio forniscono suggerimenti per lo studio di modelli di distribuzione geografica irregolari in altri paesi e, se l'evidenza preliminare è corroborata da collegamenti causali, hanno implicazioni rilevanti rispetto alle politiche ambientali e di blocco.
TESTO STUDIO: QUI.


Collegamenti tra inquinamento atmosferico e COVID-19 in Inghilterra 

Studio della Università di Cambridge ha esplorato la correlazione tra tre dei principali inquinanti atmosferici legati ai combustibili fossili e la letalità in Inghilterra del virus  SARS-CoV-2. Sono stati confrontati i casi SARS-CoV-2 aggiornati e in tempo reale  con le morti  per inquinamento atmosferico dalle  banche dati pubbliche in oltre 120 siti in regioni diverse.

Lo studio ha scoperto che i livelli di alcuni marcatori di scarsa qualità dell'aria, l'azoto ossidi e ozono, sono associati alla letalità COVID-19 in diverse regioni inglesi, quindi conclude che i livelli di alcuni inquinanti atmosferici sono collegati ai casi e alla morbilità di COVID-19.
Lo studio, secondo gli estensori,  fornisce un quadro utile per guidare la politica sanitaria nei Paesi colpiti da questa pandemia.
TESTO STUDIO: QUI. 

Ricerca di SARS-COV-2 sulla materia particellare: un possibile indicatore precoce della ricorrenza dell'epidemia COVID-19

Studio di ricercatori di molte Università italiane dal quale si rileva che  la presenza di SARS-COV-2 RNA sul particolato di Bergamo, che non è lontano da Milano e rappresenta l'epicentro dell'epidemia italiana, sembra confermare (almeno in caso di stabilità atmosferica e alte concentrazioni di Particolato fine, come di solito si verifica nel Nord Italia) che il virus possa creare legami con le particelle ed essere trasportato e rilevato su quelle più fini come il  PM10 o PM2,5.

Sebbene non sia possibile formulare ipotesi sul collegamento tra questa prima scoperta sperimentale e la progressione o la gravità dell'epidemia COVID-19, la presenza di SARS-COV-2 RNA sul PM10 di campioni di aria esterna in qualsiasi città del mondo potrebbe rappresentare un potenziale indicatore precoce di diffusione COVID-19. La ricerca del genoma virale sul particolato potrebbe quindi essere esplorata tra le possibili strategie per l'adozione di tutte le misure preventive necessarie prima dell'inizio di future epidemie.
TESTO STUDIO: QUI.

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